ONDAROBOTICS
Estetica e robot
L’estetica del robot in RSA: una prospettiva clinica, non solo ingegneristica
Quando si parla di accettazione estetica dei robot in ambito sanitario, la letteratura tecnica cita quasi automaticamente la “uncanny valley” di Masahiro Mori: superata una certa soglia di somiglianza con l’essere umano, un robot smetterebbe di piacere e comincerebbe a inquietare. È un’idea affascinante, spesso ripetuta come se fosse un dato di fatto clinico. Ma non lo è. È l’intuizione di un roboticista giapponese degli anni Settanta, mai validata su popolazioni fragili, mai testata specificamente su pazienti con decadimento cognitivo, e maturata dentro una cornice culturale — quella giapponese, shintoista, con una storia di rappresentazione della tecnologia molto particolare — che non si trasferisce automaticamente al contesto europeo, tantomeno a quello geriatrico.
Da geriatra che lavora ogni giorno in RSA e in EHPAD, la mia osservazione diretta va in una direzione diversa: un androide dal design più marcatamente umano non solo non spaventa la maggior parte dei nostri pazienti anziani, ma può facilitare l’accettazione, l’adesione e persino la relazione di cura — specialmente nelle coorti dai Boomer in su, e specialmente nei pazienti con fragilità cognitiva.
Un bias di partenza: chi ha formulato la teoria, e per chi
Mori era un ingegnere, non un clinico. La sua teoria nasce da un’osservazione soggettiva sulla reazione emotiva media a stimoli visivi, non da uno studio su pazienti fragili, non da un’osservazione in ambito di cura. È stata poi generalizzata a ogni contesto d’uso, incluso quello sanitario, senza che nessuno si chiedesse se un ottantacinquenne con decadimento cognitivo moderato reagisca come un ventenne giapponese davanti a un robot da vetrina tecnologica. Sono popolazioni, culture e bisogni radicalmente diversi.
C’è poi un secondo elemento, meno discusso ma altrettanto rilevante: il Giappone che ha prodotto sia Mori sia gran parte dell’immaginario robotico contemporaneo è una società con una relazione peculiare con la tecnologia — spesso rappresentata, nella cultura pop come nei manga, come qualcosa che finisce per sottomettere ciò che inventa — e con una struttura sociale in cui il tema dell’autorità, del genere e della gerarchia ha caratteristiche molto specifiche. Non è la cornice culturale della Francia o dell’Italia, dove il pubblico tende a giudicare un dispositivo di cura per la sua sostanza clinica e relazionale, non per l’estetica derivata da un immaginario narrativo diverso dal nostro.
Quello che osservo in corsia
Tre osservazioni cliniche dirette, ricorrenti nella pratica quotidiana in RSA, mettono in discussione l’idea che l’umanoide sia intrinsecamente rischioso per il paziente fragile.
La televisione come soglia, non come minaccia. Molti pazienti con demenza parlano attivamente con le persone che vedono in televisione. Non raramente, quando un personaggio “esce” simbolicamente dal côté dello schermo — un ospite, un evento, una scena che li coinvolge emotivamente — il paziente si alza e va a interagire, a volte a cercare un contatto fisico. Questo comportamento, tutt’altro che patologico nella sua logica interna, dimostra che le figure umane rappresentate — anche in modo del tutto artificiale, bidimensionale, mediato da uno schermo — vengono accolte come interlocutori legittimi, non respinte come inquietanti. Un androide tridimensionale, capace di rispondere e di muoversi nello spazio reale, si colloca semmai in una posizione di maggiore, non minore, plausibilità relazionale rispetto a una figura sullo schermo.
L’agnosia non è un argomento contro l’umanoide, è la premessa clinica da cui partire. L’agnosia — la difficoltà a riconoscere volti, oggetti o situazioni per quello che sono — è un segno cardine della demenza, presente indipendentemente dal fatto che nell’ambiente ci sia o meno un robot. Il paziente con agnosia grave fraintende già persone reali, familiari, operatori sanitari; l’introduzione di un androide non crea un rischio di confusione identitaria che prima non esisteva, semplicemente si inserisce in un quadro percettivo già alterato dalla malattia. Il problema clinico non è “il robot sembra troppo umano”, è: come progettiamo un’interazione che resti comprensibile, prevedibile e rassicurante anche per chi ha già una percezione della realtà compromessa — a prescindere dall’aspetto del dispositivo.
Il pudore, non l’inquietudine, è la variabile che decide l’accettazione nel non autosufficiente. Per il paziente anziano non demente ma dipendente da assistenza per le attività di base — igiene, mobilizzazione, cura del corpo — il vero ostacolo relazionale non è la somiglianza umana del dispositivo, ma l’esposizione della propria fragilità a un altro essere umano. Come ho argomentato nel mio lavoro su Research Connections a proposito di identità generazionale e decisione clinica, molti pazienti — soprattutto uomini delle coorti Silent e Boomer — accettano più facilmente il supporto quando questo non espone pubblicamente la loro dipendenza a un giudizio sociale percepito. In questo senso, affidarsi a una macchina dalle sembianze umane, ma non a un essere umano reale, può ridurre il carico di vergogna associato a compiti di cura molto intimi: la macchina non giudica, non racconta, non attiva la stessa rete di significati sociali che attiva la presenza di un’altra persona. Un androide troppo meccanico, freddo, “da elettrodomestico”, rischia paradossalmente di essere più spersonalizzante — e quindi più difficile da accettare in questi contesti — di un androide capace di restituire un minimo di presenza relazionale riconoscibile.
Il problema esiste, ma altrove: il “complesso di Frankenstein” nei familiari
C’è un rischio reale legato a un design troppo umano, ma va collocato correttamente: riguarda soprattutto i familiari, non i pazienti.
Cos’è, in parole semplici
Il nome esatto è “complesso di Frankenstein” (“Frankenstein complex”), un’espressione coniata dallo scrittore Isaac Asimov, che se ne servì per anni nei suoi racconti di robotica per descrivere una paura molto specifica e molto umana: il timore che una creazione artificiale, una volta diventata abbastanza intelligente o abbastanza simile a noi, finisca per rivoltarsi contro chi l’ha costruita. Non è la paura del “mostro” in sé — quella è solo la superficie — ma la paura più profonda di perdere il controllo su qualcosa che abbiamo fatto a nostra immagine. Asimov lo considerava un pregiudizio irrazionale, tanto che inventò le celebri Tre Leggi della Robotica proprio come antidoto narrativo: un modo per immaginare robot progettati per essere strutturalmente incapaci di fare del male, e mostrare che la paura, in fondo, poteva essere infondata.
Applicato al nostro campo, il complesso di Frankenstein spiega bene una reazione che osserviamo spesso, ma quasi mai nel paziente. È il figlio che fatica a vedere un androide occuparsi del proprio genitore in gesti che “dovrebbero” restare umani. È il coniuge che, guardando dall’esterno con piena lucidità, prova un disagio che il paziente — magari già alle prese con una malattia che gli offre altre chiavi di lettura della realtà — semplicemente non prova. Il paziente, spesso, si limita a vivere l’interazione per quello che è: un aiuto pratico, distensivo, non minaccioso. È chi guarda da fuori, con piena consapevolezza, a proiettare sul robot il timore che qualcosa di troppo simile a noi possa un giorno sostituirci o sfuggirci di mano.
Questo disagio va preso sul serio — nella comunicazione con le famiglie, nella formazione del personale, nella trasparenza su cosa il dispositivo è e non è — ma non deve diventare il criterio con cui si progetta il robot per il paziente. Non si disegna una macchina più fredda per rassicurare chi guarda, se questo significa renderla meno efficace per chi deve usarla.
Una resistenza che vedremo ovunque, non solo in RSA
Vale la pena essere chiari su un punto: questa diffidenza non resterà confinata alla geriatria. È ragionevole aspettarsi che accompagni l’ingresso dei robot in ogni ambito della vita occidentale — nel lavoro, nella scuola, nei servizi, nella casa — perché ogni tecnologia che comincia a occupare un ruolo storicamente umano attraversa una fase di diffidenza prima di essere accettata come normale. È già successo, con toni diversi, con l’elettricità in casa, con le prime linee di montaggio automatizzate, con l’intelligenza artificiale nelle decisioni di tutti i giorni. Ogni volta, la resistenza iniziale nasceva meno da un problema tecnico reale e più da un disagio verso il fatto che un confine considerato stabile — chi lavora, chi decide, chi si prende cura di chi — si stesse spostando.
Con i robot assistivi vedremo probabilmente tre tipi di resistenza, utile distinguerli:
- una resistenza generazionale, più forte negli adulti cresciuti con un modello di cura interamente umano, più debole in chi è già abituato a parlare ogni giorno con un assistente vocale o un’interfaccia intelligente;
- una resistenza professionale, il timore — comprensibile ma spesso infondato — che il robot sostituisca il personale invece di affiancarlo, che si affronta con trasparenza sul suo ruolo reale, non con un design meno capace;
- una resistenza simbolica, la più vicina al complesso di Asimov: il disagio verso una macchina che tocca, accompagna, veglia — gesti che la nostra cultura ha sempre considerato propri dell’essere umano, chiunque in pratica li compia.
Questa diffidenza iniziale, per quanto comprensibile, non è mai stata storicamente un buon motivo per rinunciare a una tecnologia utile — non lo fu per l’anestesia, non lo fu per la dialisi. È piuttosto qualcosa da accompagnare con lo stesso impegno che si mette nella progettazione: comunicazione onesta, tempo, coinvolgimento di chi userà e di chi osserverà il robot. Non è un argomento per costruire macchine più distanti; è un argomento per introdurle con la stessa cura con cui vengono progettate.
Verso un design “umano quanto basta”
Tutto questo non significa che qualunque grado di antropomorfismo funzioni indiscriminatamente. Significa che la soglia di accettabilità va ricalibrata su basi cliniche reali — età, generazione, stato cognitivo, cultura del paese di riferimento — e non su un modello mutuato da un contesto industriale e culturale distante dalla geriatria europea. Un androide pensato per RSA ed EHPAD francesi e italiani può permettersi tratti più marcatamente umani di quanto la vulgata sulla uncanny valley suggerirebbe, a patto che:
- il comportamento sia prevedibile e coerente, evitando l’ambiguità che genera davvero disorientamento (non l’aspetto in sé, ma l’incoerenza tra aspetto e comportamento);
- la comunicazione su ruolo e limiti del dispositivo sia sempre chiara verso il personale e le famiglie, per prevenire proiezioni indebite;
- il design preservi la dignità dell’adulto anziano, evitando tanto la freddezza spersonalizzante quanto l’infantilizzazione “carina” a tutti i costi.
Una questione di sostanza, non di estetica importata
Il pubblico europeo — francese e italiano in particolare — tende a valutare un dispositivo di cura per quello che fa e per come si comporta, più che per la sua distanza da un canone estetico mutuato da un immaginario narrativo che non è il nostro. È su questa sostanza clinica e relazionale, non su un timore importato e mai realmente dimostrato su popolazioni fragili, che va costruita la progettazione dei sistemi assistivi per l’anziano non autosufficiente — a partire, in ONDA Robotics, dal modo in cui pensiamo l’interazione tra A.N.D.R.E.A. e le persone che dovrà accompagnare ogni giorno.
Articolo a cura di ONDA Robotics.
